Storia museo Ribezzo

Nel 1948, con la posa della  prima pietra, si dava il via ai lavori di costruzione della sede della Biblioteca Pro­vinciale e del Provveditorato agli Studi. L’intrapresa veniva positivamente giudicata in quanto eli­minava le strutture del cinquecentesco ospe­dale civile “che tanto senso di pena destavano nei brindisini, i quali non avevano avuto anco­ra la soddisfazione […]

Nel 1948, con la posa della  prima pietra, si dava il via ai lavori di costruzione della sede della Biblioteca Pro­vinciale e del Provveditorato agli Studi. L’intrapresa veniva positivamente giudicata in quanto eli­minava le strutture del cinquecentesco ospe­dale civile “che tanto senso di pena destavano nei brindisini, i quali non avevano avuto anco­ra la soddisfazione di veder coperti da deco­rosi edifici i suoli di risulta dalle demolizioni provocate dalle ben note incursioni aeree”. La pergamena racchiusa nella prima pietra evidenziava come “L’amministrazione provin­ciale – qui  – dove l’offesa bellica seminò rovina e morte – volle far sorgere – il Palazzo del Provveditorato agli Studi – e della Biblioteca Provinciale – incitamento ai giovani – perché sulle feconde vie del lavoro e del pensiero – sappiano edificare – la nuova grandezza d’Ita­lia”. Il progetto, dell’ ing. Antonio Ferdinando Cafiero (1901-72), si riteneva avesse saputo consentire a piazza Duomo il suo “particolare carattere di intimità di zona chiusa e separata dalle zone di maggior traffico cittadino”. Esso, peraltro, recuperava, inglobandolo, un portico medievale liberandolo da una seriore sopraelevazione e completandolo con una di nuova impostazione, ad archi a tutto sesto. I lavori, per un importo di 85.000.000 di lire, furono affidati all’impresa Mariano. Solo in corso d’opera, nel 1952, si pensò di riservare un’ala del nuovo edificio al museo  provinciale, poi suo unico utilizzatore dopo il trasferimen­to di biblioteca e provveditorato agli studi nei nuovi complessi su viale Commenda e via Tor Pisana, progettati dall’arch. Enrico Nespega. Nella nuova istituzione, in piazza Duomo, dovevano avere sistemazione le raccolte del museo civico, con sede in San Giovanni al Sepolcro e della biblioteca Annibale De Leo; la prima era stata impostata dall’arcidiacono Giovanni Tarantini (l805-89), dal 1875 ispettore degli Scavi c Monumenti e in tale veste promotore del restauro di San Giovanni al Sepolcro, assegnato, dopo la prima soppres­sione degli ordini religiosi, all’arcivescovado di Brindisi in supplemento di congrua e, dopo la seconda, alla municipalità in quanto, pur ide­ale “luogo di deposito degli oggetti di antichità che si rinvengono”, nel 1879 era “in stato deplorevole e minacciante rovina”. I lavori, eseguiti con finanziamenti del ministero della Pubblica Istruzione, con la realizzazione della “tettoia a padiglioni” progettata dall’ingegner Enrico Joni, avrebbero reso al  tempio l’attuale aspetto e funzionalità adeguata alle aspettative di Tarantini che nel 1883, in uno con Giuseppe Nervegna, accetta “di prestare l’opera sua per l’ordinamento degli oggetti di antichità”. Nel 1884 nel museo risultano ormai trasferiti dal locale di deposito al piano terra del seminario “tutti gli oggetti antichi molto voluminosi” e le epigrafi. Successori del Tarantini furono il numismatico Giuseppe Nervegna, dal 1911 il canonico Pasquale Camassa (1858-1941), dal 1939 il dr. Giuseppe Bruno che, con l’ausilio dell’avvocato Luigi De Laurentis, curò l’invio dei reperti. a salvamento, in Castel del Monte. Ultimi responsabili delle civiche raccolte furo­no il canonico Augusto Pizzicallo e la dottores­sa Benita Sciarra . La collezione de Leo, nata dalla passione antiquaria di Ortensio de Leo (1711-91) e del nipote Annibale (1739-1814), era stata decimata dalle truppe francesi nel 1799. Buona parte del  materiale epigrafico sarebbe stata acquisita, dopo la morte di Anni­bale de Leo, dalla famiglia Villanova per essere collocata “nel muro di prospetto” della casina al Casale poi acquistata dal greco Spiros Cocotò; grazie all’intervento del Tarantini, nel 1888, la raccolta lapidaria poté essere trasferita nel museo civico. Già nel 1934 era stato posto dalla soprintendenza “alle opere di antichità e d’arte” di Puglia il problema di una più degna sistemazione museale delle due collezioni evidenziando come non fosse più “possibile permettere che monumenti insigni della vita romana e medievale di Brindisi giacciano an­cora in miserevoli condizioni di ambiente, suscitando critiche malevoli da  parte di nume­rosi stranieri e connazionali che transitano da questo porto”. Nel 1954, con la disponibilità della nuova sede, l’auspicio poteva dirsi realiz­zato: i voti allora espressi dai partecipanti al IV congresso della Società di Storia Patria per lei Puglia, avrebbero tuttavia avuto pieno e con­creto riscontro solo con la delibera 23 marzo 1956 dell’amministrazione provinciale. Nel 1955, peraltro, erano già state definite con l’arcivescovado e la civica amministrazione le pratiche relative all’affidamento delle due col­lezioni; nel 1956 lo saranno con lo stato italiano per la Gorga, comprendente 1301 terrecotte tra antefisse, statuette e pinakes, variamente databili dal VI al III sec. a.C.. per la gran parte di provenienza tarantina. Alle cin­que sale iniziali in cui si articolava il museo, intitolato a Francesco Ribezzo, poté aggiun­gersene nel 1960, grazie all’impegno del diret­tore onorario Gabriele Marzano ( 1894-1980) che vi destinò pezzi della propria privata collezione, una sesta, destinata a raccogliere materiale proveniente dall’area di Valesio. Nel 1973 l’istituzione dové subire il furto di 1060 monete mai recuperate; nel 1972-6 si arricchi­sce con l’acquisizione della collezione Eugenio Rubini costituita nell’essenziale da materiale preistorico e nel 1980 con quella della raccolta Marzano.

Il 19 aprile 2009, dopo una chiusura per ristrutturazioni di oltre due anni, il museo è stato  ripaerto alla pubblica fruizione completamente ridefinito.

Attualmente il museo si articola in vari e interessanti percorsi: nel porticato del museo sono disposti materiali medioevali,    ancore romane in piombo e il busto di Pasquale Camassa, commesso ad Alessandro Fiordigiglio e scoperto il 20 luglio 1957. Nell’atrio  sono  un basamento. con testo epigrafico, di un monumento eretto nel 108  in  onore di Traiano, riutilizzato in  Sant’An­drea dell’Isola trasformandolo, “ex parve aversa “, in semicapitello d’ordine corinzio. una grande olla fittile, tre capitelli ionici, are marmoree di monumenti funerari, capitelli di un grande edificio i cui resti sono visibili in via Casmiro.

Di grande interesse per la storia delle donne in età romana è la  base con testo epigrafico  del monumen­to del II sec. d.C. a Clodia Anthianìlla, probabilmente nel foro di Brindisi, che qui si propone nella traduzione di Pasquale Camassa:

A Clodia Anthianilla, figlia di Lucio, promessa a Marco Cocceio generale di cavalleria. Essendo Consoli L I.olliano Avito e Tito Statilio Massimo, il giorno decimo delle calende di aprile nella sala da bagno di Pollione, essendosi fatta parola  delle onoranze funebri di Clodia Anthianilla. che cosa piacesse farsi in tal congiuntura, così della cosa stabilirono:

Poiché Anthianilla, fulgidissima fanciulla e i cui progressi facevano sperare sarebbe divenuta un ornamento del nostro municipio, fu da morte acerbissima rapita ai suoi genitori Clodio Pollione, patrono del nostro municipio, splendido cavaliere romano e benemerito della nostra repubblica, e Seia Quintilia, onorata donna al cui dolore la pubblica mestizia del nostro municipio si associa; i decurioni, tanto per consolazio­ne di costoro, quanto in memoria della specchiatissima fanciulla, decretano che fosse assegnato un luogo per la posteriorità e parimenti le fosse innalzata una statua. per unanime consenso nel luogo più frequentato

  1. Clodio Pollione, figlio di Lucio, padre dell’ottima fanciulla per l’onore ricevuto pagò le spese.

Per lo Schweitzer un bassorilievo recuperato dal Tarantini nel 1887,  attribuibile al IlI secolo d.C­ andrebbe riferito a Nemesis.  attestando di conseguenza un culto molto raro in Italia. La dea schiaccia sotto i suoi piedi Hybris, il principio del male, mentre tutt’intorno lo spazio celeste è simboleggiato dalle schiere alate.

Le tre epigrafi sepolcrali ebraiche, databili ai secoli VIII-IX, furono rinvenute in contrada Tor Pisana. nei pressi della stazione ferroviaria. II testo dell’epigrafe che è sulla stele in pietra calcarea tenera,mutila sul  lato destro e frammentata in basso lungo tutta la base è, nella traduzione di Cesare Colafemmina Tomba di Yochebed/figlia di Zipporà e di Ribai/ che morì all’età di venti/anni. Venga la pace/ sul suo riposo. Sulla sommità della stele è incisa un’altra iscrizione che riproduce l’essenziale di quella sul prospetto. La lapide  in pietra calcarea  tenera ha l’intitolazione racchiusa fra due linee e, dal punto centrale di quella superiore, si diparte un candelabro a nove braccia. Le ultime quattro righe dell’epigrafe contengono parte d’un componi­nento poetico di Aminai ben Shefatiah (+886) da Orìa, che sarebbe stato inserito nella propria liturgia funebre dal rituale romano. Il testo conferma l’esistenza di stretti rapporti tra le comunità ebraiche di Oria e Brindisi nel IX secolo: l’inno è indubbìo infatti sia stato scritto per il brindisino Baruch ben Yonah.

Un riferimento all’antico rituale funebre è nell’iscrizione sul cippo in pietra calcarea tenera, riferita a Lea di cui è indicata la data di morte, il 764 dalla distruzione del tempio, corrispondente all’ 832 d.C.:

Sul prospetto di questo cippo, in alto a destra, si nota il piede e parte del fusto di una menorah; sul lato destro un    corno. La figura incisa sul lato sinistro e di cui è rimasto solo un frammento doveva  appartenere a uno shofar. Le epigrafi funerarie greche abbracciano un arco di tempo compreso tra la seconda metà del I e gli inizi del III secolo d.C.

Esse attestano l’uso della lingua greca in Brindisi da spiegarsi, per il Robert, con il diffuso e coltivato amore per tutto ciò ch’era greco nella Brinclisi romana o più verosimilmente, per il Pagliara, “per la posizione e la funzione più propria della città porta dell’Italia verso l’oriente ellenico, in cui il greco doveva essere parlato e compreso al pari del latino anche se spesso dovette trattarsi di un greco latinizzato e non solo a livello delle classi colte ma diffusamente” visto che le iscrizioni non sono generalmente riferite a personaggi di rilievo. Secon­do Rosario Iurlaro, “che molti orientali abbiano avuto, per motivi di commercio, dimora in Brindisi è pacifico. Lo conferma anche la presenza di un tal Ypato, negoziante della Bitinia, del quale si conserta l’urna cineraria nel museo di Brindisi. Che questi commercianti subissero qui, una certa influenza della lingua latina si poteva supporre dal fatto che, sopra l’urna cineraria dello stesso Ypato. vi era la memoria sepolcrale scritta in latino, con caratteri latini. La prima idea che, in Brindisi, fin dall’età repubblicana, vi fosse stata una popolazione mista, sì rileva invece dal Corpus Inscriptionum Latinarum del Mommsen”. Indeterminabile è il momento in cui i greci “assunsero in Brindisi il ruolo di protagonisti imponendo il bilinguismo negli atti e nelle memorie pubbli­che”. Le iscrizioni messapiche, scritte in un alfabeto derivato. almeno in parte, dal laconico-tarantino sono riferibili a una lingua encorica preromana diffusa almeno, secondo Carlo De Simone, nell’area corrispondente all’attuale “penisola salentina includendovi attestazioni di Mono­poli, Ceglie e Brindisi (linea Taranto-Monopoli)”.

Le epigrafi latine rendono diretta documentazione sulla città romana; l’elogium, il cui titulus secondo il Vitucci è attribuibile a Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore e secondo il Gabba a un magistrato della colonia latina, rende conferma dell’at­teggiamento della città, fra le poche a non defezionare in favore di Annibale. II decreto municipale, pubblicato dal De Grassi. informa su opere pubbliche: forum, macellum, armamentarium, eseguite a cura di un magistrato brindisino, C. Valerio Nigro, cui rendono onore i decuriones ed alcuni municipes.

La dedica onoraria per l’imperatore Tiberio, offerta da dieci  augustali, forse fronte della base, in muratura, di una statua, è considerata dal De Grassi attribuibile al 32-3 d.C. ed espressione di compiacimento per la repressione della congiu­ra dì Seiano;  altra dedica a Tiberio, come l’altra proveniente dall’area dei Cappuccini, è stata pubblicata dal Marangio avanzando l’ipotesi che il rendimento di grazie vada attribuito alla repressione della rivolta servile diffusasi nel 21 d.C. nelle campagne di Brindisi. Interessa la religiosità precristiana l’epigrafe funeraria di Lucio Pacilio Tauro, sacerdote addetto al culto della Mater Magna, Cibele, e della dea Siria, come greci e latini chiamavano Atargatis; tale cultualità è attestabile solo in Egnazia e in altre otto città d’Italia. Tauro si dichiara anche fedele di Iside; un oggetto proprio del culto della dea, il sistro, è rappresentato. in rilievo, su un’altra epigrafe funeraria. Pure in rilievo, sull’epigrafe del pubblico vittimario Eros, sono coltello e ascia; stilo, tavoletta cerata e papiro accartocciato sul cippo di Lucio Cinzio Capitone, secondo il Camassa scrittore e pubblico scrivano. Simboli paleocristiani possono considerarsi l’omega tra due palmette, presente nel fastigio del titolo funerario di Clodius; il piccolo tridente tra due fioroni quadrilobati sul fastigio del titolo funerario di Seiazus; il pesce che sta sotto il fiorone del fastigio del titolo sepolcrale di Soterichus. L’epigrafe, recuperata dal Tarantini in due tempi, nel corso di alcune operazioni di dragaggio del porto di Brindisi, che fu dall’Henzen attribuita alla seconda metà del primo secolo, rilevando: “La  persona onorata è un mercator   che dopo aver molto girato il mondo, morì a Brindisi, lasciandovi le sue cure e i suoi lavori, nonché i timori che al mercante ispirano le stelle e le nuvole e il mare burrascoso, né avendo più da temere una mala riuscita delle sue speculazioni, che cioè le spese potessero superare il guadagno. Avea peraltro ben ragione di rallegrarsi d’esser liberato da quei timori: giacché non meno di tre volte egli avea fallito ma l’avea salvato il credito di cui godeva: laonde rende grazie alla Fides, la santissima divinita che merita d’esser desiderata da tutti i mortali, augurando infine all’ospite che in compenso dell’avergli dedicato questa lapide possa spendere abbondantemente”.

Circa la statuaria basterà qui far menzione delle tre statue loricate con corazza ornata dalla  testa di Medusa e da una Vittoria alata che incorona un trofeo; del frammento di statua muliebre in corta tunica considerata personificazione di Roma Virtus e ascrivibile al I sec. d.C.; delle due statue acefale ammantate, di cui una ritenuta rappresentazione di Clodia Anthianilla; della statua muliebre acefala, d’arte ellenistica del I sec. d. C., di Vittoria o Musa. Secondo Francesco D’Andria “emerge per la notevole qualità una statua femminile, purtroppo mutila della parte superiore, seduta su una roccia. probabilmente una ninfa, resa secondo schemi del tardo ellenismo, riconoscibili nella particolarità del panneggio e delle vesti trasparenti”. A Diana cacciatrice può ricondursi un frammento di statua in marmo attribuibile al II sec. d .C. Sul plinto restano parte della gamba fino all’altezza del ginocchio e il piede destro deteriorato; un cane, privo della testa, con parte delle zampe anteriori e la coda; un tronco d’albero, A Diana si è riferita la testa muliebre, d’ispirazione prassitelica, datata all’età adrianea.

Tra i bronzetti notevoli il Kouros arcaico e la serie degli Ercole in assalto, nudi con leontea sul braccio, del lI-I sec. a. C., documento della religiosità di tipo italico portata in Puglia dai coloni romani. “Straordinari” sono stati da D’Andria definiti i 2 capitelli in pietra tenera locale, secondo il Picard propri di un tempio dedicato a Dioniso, con teste di divinità sporgenti dal fogliame d’acanto, di satiri, dalle orecchie ferine e di Dioniso con corona d’edera. Il culto di Cibele è attestato dal gruppo fittile della dea seduta sul leone, con timpano e, al fianco, Attis con il berretto frigio. I materiali della necropoli di via Tor Pisana, documentano l’insediamento protocorinzio di Brindisi; la laminetta aurea, studiata dal Comparetti, definisce sciocco “chi con mezzi inadeguati vuole combattere uno più forte di luì”. Essa attesta la diffusione di motivi orfici in un’area che, secondo la testimonianza di Diogene Laerzio, fu preco­cemente interessata dal pitagorismo. Consistente la raccolta di vasi attici; fra questi lo skyphos a figure nere con rappresen­tazione di una biga in corsa; la lékytos a figure nere con scena dionisiaca; il cratere a co1onnette, del V sec. a. C.. attribuito al pittore di Efesto, con tiaso. Dioniso, dall’aspetto solenne. con la barba lunga, nella sinistra stringe il tirso, specie di ramo fiorito. Il satiro ha nella destra un plettro uncinato per suonare uno strumento a corda, il bárbitos. Il cratere attico, attribuito a Polignoto, reca, sul lato principale la figura di  Trittolemo sul carro alato con spalliera terminante a testa di gallo, simbolo di fecondità, che riceve da Kore la sacra bevanda. il Kytheon, presente Demetra. Documentata è la diffusione della ceramica di Gnathia, con decorazione a colori sovrapposti. Vanno infine ricordati il cratere del IV sec. a.C., attribuito al pittore di Atene rappresentante una donna offerente, a Dioniso seduto, una phiale che reca nella mano sinistra; quello del pittore di Creusa, del IV sec. a. C. è con Ercole con armi e clava, Athena, Ermes: la phiale con rappresentazione dell’in­contro tra due amanti attribuita alla cerchia del pittore di Dario, “il più celebre dei ceramisti apuli dello stile ornato”; le opere dei            pittori del      Tirso e di       KarlsrubeBq.,, del 1V sec. a. C.. con cornici di menadi e satiri che, alla presenza di Dioniso, si abbandonano alle danze ed evidenziazione nel primo di uno strumento a fiato, l’aulós, nel secondo di uno strumento a percussione, il tümpanon; l’idria dipinta dal pittore di Stoke on Trent; l’oinochoe apula con scena nuziale. Le trozzelle messapiche “olle con rotelle” , secondo la defini­zione di Yntema, non mancano dì differenziazioni locali quali, per Brindisi, nel VI sec, a. C. il gruppo monocromo decorato con cerchi; fra VI e V qui si usano “vasi quasi completamente decorati. La pittura è sempre bicroma, mentre lo zig-zag a nodi rimane il motivo più caratteristico. Nella seconda metà del V secolo si usano a Brindisi anche motivi vegetali”. Non mancano ritratti in marmo d’età imperiale.

La collezione Gorga ha particolarissimo rilievo; una delle antefisse documenta l’introduzione del motivo iconografico del despotes hippon in Italia meridionale ad opera di artigiani magnogreci nell’ambito della decorazione architettonica di edifici monumentali. Elemento caratterizzante è la posizione rampante. fortemente accentuata, dei due cavalli affontati, retti con lunghe redini da una figura virile nuda. Da rilevare ancora i quattro oscilla fittili, del IV-III sec. a. C., con epigrafi greche e la statuetta, considerata di provenienza tarantina, cronologicamente collocabile nel medio dedalico finale (630-20 a.C). Non sono pertinenti alla Gorga il disco fittile con rappresentazione della volta celeste, con i segni zodiacali, sostenuta da due Atlanti ed entro il cerchio  il carro. con Dioniso e Arianna, guidato da Ermes: il rilievo tardo ellenistico già nella raccolta di Annibale de Leo che così lo descrive: “nel nostro museo conservasi un antichissmo marmo che in bassorilievo ci offre un sacrificio a Diana. Una cerva è tenuta avanti al’ara dal vittimario mezzo ignudo,  ed appresso di essi vedesi il sacerdote colle mani giunte, e cogli occhi elevati in atto di orare. Quindi dall’altra parte dell’ara osservasi una donna con veste succinta, che nella destra tiene una patera, nella sinistra una fiaccola. Viene appresso un uomo, che ha nelle mani un urceolo, ed una clava, al di cui lato altra donna si vede, elegantemente orneta con patera ed un altro urceolo”. Ancora non pertinenti le statuette di Ecate, dea lunare e ctonia, d’aspetto triforme e di Cibele in trono tra leoni.

Agli insediamenti preistorici nel brindisino, è riferita un’ampia sezione del museo.

Il Museo (abbreviato secondo la nuova consuetudine con la sigla MAPRI) riveste grande importanza per tutti gli appassionati di archeologia subacquea, in quanto conserva al suo interno i famosissimi Bronzi di Punta del Serrone: si tratta delle splendide statue di un togato e di Lucio Emilio Paolo, il vincitore della battaglia di Pidna del 168 a.C. , più altre decine di reperti bronzei recuperati in circostanze fortuite sin dal 1972 e poi nel corso di un’avvincente campagna di scavo condotta nelle acque brindisine nel 1992.  Tutti i bronzi, “inquadrabili tra l’età ellenistica e il III sec. d.C.”provenivano evidentemente dal carico di una nave,  ed erano probabilmente destinati a qualche fonderia; una tempesta sorprese l’imbarcazione, affondandola o costringendola a liberarsi del pesante carico.

Nel materiale recuperato, notevoli appaiono cinque teste maschili; la testa dì personag­gio barbuto riferibile al tipo del filosofo seduto; gli altri relativi alla testa di personaggio barbuto e alla testa virile considerata  ritratto di dinasta ellenistico.  Delle altre due  l’una si è considerata pertinente a un personaggio della famiglia Giulio Claudia  l’altra, molto frammentaria, somigliante ai ritratti di Giulio Vero. Di pari interesse due teste femminili: I’una,  considerata ritratto di Faustina Minore,  l’altra caratterizzata dall’acconciatura a melone. prevalente per i ribatti di fanciulle già ìn età antoniniana. Dei torsi,  l’uno è di un personaggio togato riferibile all’età Giulio Claudia, l’altra di una figura virile nuda, in origine panneggiata intorno al bacino, di età ellenistica.

Di grandissimo interesse è il mosaico  rappresentante il labirinto fu recuperato da Giovanni Tarantini. Scrisse l’arcidiacono: “i meandri non sono a linee curve ma in rettillineo, e le comunicazioni tra di loro sono tutte ad angoli retti. Nel centro ci è uno spazio quadrato (…I nel quale si vede L..I rappresentato il Minotauro già caduto su di un ginocchio  sotto i colpi cli Teseo, che con la destra tiene in alto una clava ricurva per finire il Mostro, I…I anche armato di una clava simile. La rappresentanzione del labirinto è completa, e nei due lati già mutilati di est ed ovest mancano solo gli ornati di eleganti rabeschi che si osservano nei due lati di nord e sud. Mancano pure alcune alte torri che si osservano nei due lati rimasti integri. Intorno intorno al labirinto si veggono molte grucce  su di alcune delle quali sono poggiate varie gazze”.